Ogni percorso ha un punto di partenza che, col senno di poi, appare quasi inevitabile. Per Marco Ferretti, ingegnere del software oggi basato a San Francisco, quel punto si chiama Liceo Primo Levi. Cresciuto in una piccola città del Nord Italia, Marco ha attraversato oceani — geografici e professionali — portando con sé una formazione umanistico-scientifica che, racconta, si è rivelata più preziosa di quanto avesse immaginato. La sua storia è quella di molti alumni del Levi che hanno scelto strade ambiziose: non una traiettoria lineare, ma un percorso fatto di scelte coraggiose, adattamento e curiosità costante.
Gli anni al Levi: una palestra di pensiero
«Al Levi ho imparato a fare domande prima ancora di cercare risposte», dice Marco con quella franchezza diretta che chi lavora nelle startup californiane tende a sviluppare. Ricorda le ore di filosofia come un allenamento al ragionamento critico, le versioni di latino come esercizi di pazienza e precisione, le discussioni in classe su testi che sembravano lontani dalla realtà e che invece, dice, «ti insegnano a leggere il mondo».
L’alumni del Levi che oggi scrive codice per sistemi distribuiti non ha dimenticato il professore di matematica che lo spingeva a dimostrare ogni passaggio, a non dare nulla per scontato. «Quella mentalità — verificare, argomentare, non fermarsi all’apparenza — è esattamente ciò che serve in un team di ingegneria quando devi difendere una scelta tecnica davanti a colleghi brillanti e scettici».
L’università e il primo contatto con il mondo tech
Dopo la maturità, Marco si iscrive a Informatica presso il Politecnico. La scelta non è scontata: aveva anche valutato Fisica, spinto dall’amore per la matematica pura. «Ho scelto Informatica perché volevo costruire cose, non solo capirle», spiega. Durante il percorso universitario partecipa a un programma Erasmus a Berlino, dove entra per la prima volta in contatto con l’ecosistema delle startup europee. L’esperienza è rivelatoria.
Tornato in Italia, completa la magistrale con una tesi su architetture cloud-native, argomento allora ancora di nicchia in molti atenei italiani. È il lavoro su quella tesi che attira l’attenzione di un recruiter americano durante una conferenza tecnica a Milano.
Il salto: come si arriva in Silicon Valley
«Non ho mandato cento curriculum. Ho avuto una conversazione», racconta. Il processo di selezione per la sua prima azienda californiana dura tre mesi: colloqui tecnici, sessioni di problem-solving, valutazioni comportamentali. Marco lo descrive come «un esame di maturità in formato americano, ma con la stessa logica: dimostri come pensi, non solo cosa sai».
Arrivare a San Francisco non è stato privo di difficoltà. Il costo della vita, la lontananza dalla famiglia, la necessità di costruire da zero una rete sociale e professionale. «I primi sei mesi sono stati i più duri della mia vita. Ma avevo gli strumenti per resistere, e quelli li avevo costruiti molto prima del Politecnico».
Cosa significa lavorare in un’azienda tech americana
Il mondo delle aziende tecnologiche della Bay Area è spesso raccontato attraverso stereotipi — il ping pong, i campus futuristici, la cultura del fallimento come valore. Marco preferisce andare oltre la superficie. «Quello che mi ha colpito davvero è la velocità delle decisioni e la responsabilità individuale. Nessuno ti dice cosa fare ogni giorno. Devi avere autonomia, iniziativa, e saper comunicare chiaramente».
Per un alumni del Levi, abituato a un sistema scolastico che valorizza la profondità rispetto alla velocità, l’adattamento richiede tempo. Ma porta vantaggi competitivi reali. «I miei colleghi americani spesso ammirano la capacità degli italiani di contestualizzare, di vedere il problema in modo sistemico. È qualcosa che la nostra formazione ci dà quasi inconsapevolmente».
Il ruolo della comunità alumni nel percorso professionale
Marco non ha costruito il suo percorso in isolamento. Lungo la strada ha incontrato altri ex studenti del Levi — a volte per caso, a volte attraverso connessioni deliberate — e ogni volta ha trovato un terreno comune immediato. «C’è qualcosa di specifico nel modo in cui chi viene da quella scuola approccia i problemi. Non so definirlo con precisione, ma lo riconosco subito».
Oggi Marco partecipa attivamente alla comunità alumni, convinto che il networking tra ex studenti non sia semplice nostalgia ma uno strumento professionale concreto. «Quando parli con qualcuno che ha fatto lo stesso percorso, salti una fase intera di presentazione. Parti già da un livello di fiducia e comprensione reciproca».
Consigli per chi è ancora sui banchi
A chi frequenta oggi il Levi e guarda al futuro con una miscela di entusiasmo e incertezza, Marco offre una prospettiva pragmatica. Non promette formule magiche, ma indica alcune direzioni:
- Coltivare la curiosità al di là dei programmi scolastici, leggendo di tecnologia, economia, scienze sociali.
- Imparare l’inglese fino al punto in cui smette di essere uno sforzo e diventa uno strumento.
- Non aspettare la perfezione per iniziare: un progetto piccolo, un’idea condivisa, un esperimento.
«Il Levi vi dà la testa. Il resto lo costruite voi».
Conclusione
La storia di Marco Ferretti non è un manuale di istruzioni per replicare un percorso, ma una testimonianza di come una formazione solida — quella che il Liceo Primo Levi offre da decenni — possa diventare il fondamento di traiettorie professionali anche molto lontane dai confini italiani. Gli alumni del Levi che hanno scelto il mondo tech, la ricerca, l’imprenditoria o qualsiasi altro campo portano con sé qualcosa di difficilmente quantificabile ma immediatamente riconoscibile: la capacità di pensare prima di agire, e di non smettere di farlo.